giovedì 19 febbraio 2009

L'economia nel golfo Persiano

A Dubai le cose non vanno bene. La crisi mondiale e l'esplosione dei debiti colpisce duro chi conta(va) soltanto su servizi finanziari, immobiliare e turismo. Migliaia di manager che vantavano l'ambito status di "expat", con ricco corollario di SUV, appartamento pagato dal datore di lavoro, benefit e viaggi aerei pagati verso casa, adesso scappano. Letteralmente. Lasciano in fretta e furia l'automobile lussuosa nel parcheggio dell'aeroporto internazionale e si imbarcano sul primo aereo verso casa, pagando anche il biglietto. A Dubai la legge non tollera debitori che non riescono a pagare e li condanna al carcere. Non si scherza.
Allo stesso tempo, altri emirati galleggiano in buona salute: è il caso di Abu Dhabi, che molti già considerano la Dubai del futuro. E' il caso di altri stati, come il Qatar o il regno del Bahrain, che continua il proprio sviluppo, basato su finanza più lungimirante e su una oculata scelta degli investimenti permessi dall'alto prezzo del petrolio fino a pochi mesi fa.

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venerdì 30 gennaio 2009

Garante della Privacy e social network

E' di poco tempo fa l'ottimo post di Luca sui rischi che i social network rappresentano per la privacy di ognuno di noi. Inoltre, troppo spesso non si colgono le possibili conseguenze di avventate pubblicazioni di foto, messaggi di stato e sulle bacheche, richieste di informazioni, brani, ecc.
Volevo segnalare due freschissime "prese d'atto" del Garante della Privacy, nell'ambito di un convegno tenutosi ieri. Qui e qui, i documenti.

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lunedì 26 gennaio 2009

Pfizer e Wyeth

E' la storia del giorno sui mercati finanziari. Non metterò troppi link; una ricerca su Google restituirà migliaia di lanci di agenzia e di articoli di approfondimento.
Due sono gli aspetti dei quali mi preme blaterare.
Innanzittutto, le informazioni sul "deal" ricavate con la funzione search di Twitter. Probabilmente i contenuti estrapolati da Twitter non eliminano la necessità degli articoli delle grandi agenzie di stampa o dei giornali (tradizionali o online, ammesso che ci sia ancora differenza), spesso anzi li richiamano. Ho apprezzato però la possibilità di tastare davvero il polso della situazione: i cinguettii di dipendenti delle due società coinvolte nella fusione, di cacciatori di teste, di consulenti, consentono di ricostruire un quadro più reale della situazione, più variegato e in alcuni casi di capire dove soffia il vento.
Il secondo aspetto che mi ha colpito è relativo alla vetustà e all'inutilità della conferenza stampa dei due CEO. La registrazione è on line, mando una richiesta e ricevo l'appuntamento su Outlook, ma la tecnologia si ferma qui: niente netmeeting, niente streaming, nessuna tecnologia davvero utile a modificare lo stantio modo di procedere in situazioni del genere. Domande preconfezionate e noia mortale, non ravvivata neanche da una domanda sui fondi offshore della Pfizer.
Per non parlare, poi, delle parole e dei concetti usati dai due sommi capi: una sfilza di stable, long-term, shareholder's value creation, pipeline optimization, portfolio combination, tackle costs, safeguard the chain of products, innovation is core, future is where opportunities come from, best possible position, key for the future, streamlined focused, ecc. Insomma, niente che un buon generatore automatico di discorsi di business non avrebbe potuto creare.
Ecco, la conclusione potrebbe essere quella di un post di un blog (toh, guarda un po') del The Atlantic (poi ripreso dal WSJ): il pitone - la Pfizer - ha deciso di andare a pranzo, mangiare il boccone di maggiore valore immediato, "pfizerizzando" la preda, e guardare le altre prede che respirano a fatica, ancora tremanti per lo scampato pericolo. Qualcun altro parla di tagli fino all'osso.
Insomma, "This is not anyone's idea of a sustainable business model".

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lunedì 15 dicembre 2008

Crisi, settore ICT e e il lato sinistro dell' Atlantico

La città di New York risente delle crisi economiche statunitensi generalmente e storicamente più tardi del resto del paese. Turismo, media e entertainment tengono a galla la città; le vendite sono forse un po' drogate da saldi e super saldi ovunque, ma comunque sembra che il "NYC heartbeat" batta ancora.
Senza parlare del setttore finanziario, dove comunque qualche party continua a vedersi, nel settore dell'IT dedicato principalmente alle telecomunicazioni (apparati, router, switch, sistemi VoIP, ecc.) l'elenco delle cattive notizie prevede:
- Avaya: cerca subaffittuari per alcuni dei suoi uffici in USA e medita di tagliare 1000 posti in Europa, equivalenti più o meno al 20% dell'intera forza lavoro, con punte del 40% in alcuni paesi (Belgio);
- Alcatel Lucent: la società franco-americana continua a non trovare il bandolo della matassa e allora pensa di risolvere il problema licenziando anch'essa 1000 impiegati e facendo a meno di circa 5000 tra consulenti e subfornitori;
- Nortel Networks: la società canadese affronta seri problemi di natura finanziaria e medita il delisting, ovvero l'abbandono della Borsa, dopo un avvitamento con radici più lontane della crisi che ha colpito il mondo. Facile, troppo facile.
Sarà importante vedere che cosa farà Cisco, il colosso del settore. Circolano alcune voci - non confermate - di riduzioni del personale in Italia e altre di possibili interventi sul mercato USA per raddrizzare aziende in difficoltà. Intanto, forte della sua posizione, pensa a qualche diversificazione di prodotto, "invadendo" anche altri mercati.

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giovedì 20 novembre 2008


Sono sempre rimasto in qualche modo ipnotizzato dalle corse da criceto in laboratorio delle borse mondiali. Il trader europeo si sveglia presto la mattina per seguire la fine della giornata borsistica giapponese, che ovviamente è influenzata dai risultati della borsa di NY che ha chiuso tre o quattro ore prima dell'apertura giapponese. Il risultato giapponese dà un'indicazione ai mercati europei, che vivono quindi la loro giornata in attesa dell'apertura della borsa di NY nel primo pomeriggio (sempre European time) per lasciarsi quindi guidare da quanto accade oltre oceano. Quando le borse europee chiudono, Wall Street è alle prese con la tarda mattinata e i trader USA prima guardano ovviamente quello che è appena successo in Europa, poi vanno per la loro strada, per guidare quindi ancora la nuova apertura della borsa di Tokyo. Insomma, un bel "gira la ruota!". Ci fossero anche i soldi per comprare le vocali e le consonanti ...

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mercoledì 12 novembre 2008

Se cade il dollaro ...


Lo credereste possibile? La valuta-rifugio per eccellenza, riparo sempre e comunque, ancora di salvezza per tutto il mondo. Eppure per molti economisti sembra arrivato il momento, difficile anche soltanto da immaginare, di ipotizzare un default per la moneta USA.
Se ne parla da tempo sul sito dell'ottima organizzazione Usemlab, portavoce della famosa Scuola Austriaca (qui, l'ultimo articolo di una lunga serie). Anche voci americane non si astengono da un silenzio che sa soltanto di "buona" educazione (qui, un post con annesso articolo tratto da Barron's).
Buona lettura!

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martedì 11 novembre 2008

Paradisi fiscali #1


Tempi di crisi o boom alle stelle, non c'è stagione finanziaria che non veda trionfare i paradisi fiscali. Stortura dei mercati finanziari o provvidenziale approdo per i grossi patrimoni?
I paradisi fiscali esistono da sempre, da quando esiste la finanza, almeno. Ciò che dovrebbe meravigliare è la solita, ormai scontata, sorpresa che accoglie le notizie come questa di oggi su Repubblica. I mezzi di informazione ammantano di sensazionalismo qualcosa che è nella natura stessa dell'imprenditoria, e cioè pagare meno imposte, in modo legale (elusione) o illegale (evasione).
E non si venga a dire che i governi sono al lavoro per eliminarli; non è vero. I paradisi fiscali non sono soltanto le isolette dei Caraibi o la Svizzera, no. I paradisi fiscali sono dentro l'Unione Europea, alcuni paesi lo sono in prima persona, altri sono fantastiche teste di ponte. Come avviene ciò? Semplice, la chiave di volta sono i trattati contro le doppie imposizioni. Questi accordi tra gli stati consentono di impedire che un contribuente paghi, per esempio, due volte (in due paesi) le imposte sullo stesso reddito. Sarà ovviamente cura del contribuente cercare di spostare le proprie attività produttive lì dove il fisco tartassa di meno. E fin qui, niente di male. In genere, i paesi industrializzati non stipulano trattati contro le doppie imposizioni con i c.d. paradisi fiscali: per esempio, il principio di cui sopra non vale nel caso in cui contribuente italiano si costruisca un rapporto di business con una società domiciliata nelle Isole Vergini Britanniche per sostenere dei costi e abbattere così l'imponibile in Italia. In questo caso, giustamente, il fisco italiano rivendica presuntivamente il diritto di falcidiare il reddito, senza tenere conto dell'operazione più o meno fittizia posta in essere. Peccato però, che la rete delle autorità fiscali dei vari paesi abbia maglie troppo larghe. L'Inghilterra, per esempio, non è propriamente un paradiso fiscale, ma - forte di indubbi ottimi rapporti politico-diplomatici - ha stipulato trattati contro le doppie imposizioni con le proprie ex colonie (Cayman, Vergini Britanniche, Jersey, ecc.). Lo stesso ha fatto l'Olanda con le Antille Olandesi, per esempio. Che cosa significa questo?

[continua]

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