giovedì 19 febbraio 2009

L'economia nel golfo Persiano

A Dubai le cose non vanno bene. La crisi mondiale e l'esplosione dei debiti colpisce duro chi conta(va) soltanto su servizi finanziari, immobiliare e turismo. Migliaia di manager che vantavano l'ambito status di "expat", con ricco corollario di SUV, appartamento pagato dal datore di lavoro, benefit e viaggi aerei pagati verso casa, adesso scappano. Letteralmente. Lasciano in fretta e furia l'automobile lussuosa nel parcheggio dell'aeroporto internazionale e si imbarcano sul primo aereo verso casa, pagando anche il biglietto. A Dubai la legge non tollera debitori che non riescono a pagare e li condanna al carcere. Non si scherza.
Allo stesso tempo, altri emirati galleggiano in buona salute: è il caso di Abu Dhabi, che molti già considerano la Dubai del futuro. E' il caso di altri stati, come il Qatar o il regno del Bahrain, che continua il proprio sviluppo, basato su finanza più lungimirante e su una oculata scelta degli investimenti permessi dall'alto prezzo del petrolio fino a pochi mesi fa.

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venerdì 24 ottobre 2008

L'indice Starbucks nell'economia internazionale


Nel 1996 Thomas Friedman, l'autore de Il mondo è piatto (ricordate? Sembrano passati secoli), tirava fuori dal suo cilindro la teoria McDonald's, secondo la quale due paesi nei quali fosse radicata la presenza di negozi della catena di fast food non sarebbero mai entrati in guerra tra di loro. Teoria che guardava al passato e all'immediato presente e che infatti era destinata a morire dopo meno di dieci anni.
Sulla scia del predecessore, Daniel Gross, economista e divulgatore di fama, rilancia con la teoria Starbucks sull'economia internazionale (anche su Newsweek): maggiore è la presenza in un paese di negozi e di "cultura" Starbucks, maggiori sono le possibilità che tale paese vada incontro a crisi finanziarie.
Insomma, in Italia dovremmo stare tranquilli. Peccato che questo indice Starbucks si basi, almeno a mio parere, su valutazioni molto empiriche e poco scientifiche.
Provo a indovinare i prossimi indici di valutazione dell'economia internazionale: "Ikea" direttamente proporzionale ai paesi con forte presenza politicamente liberal? "Apple" inversamente proporzionale alla presenza dell'esercito nelle strade? Coca Cola direttamente proporzionale alla scarsità di idraulici?
Si potrebbe addirittura pensare di incrociare i diversi indici con i diversi settori merceologici per vedere che cosa esce fuori. Insomma, possiamo dire tutto quello che ci pare: basta un po' di fantasia.

foto da ondamultimediale.blogosfere.it

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giovedì 21 giugno 2007

Aumenta il costo della pizza negli USA


La "pizza industry" americana è preoccupata. La "block cheddar cheese", la tipica forma di formaggio, vede aumentare il proprio prezzo fino a raggiungere la cifra di 2.06 dollari a pezzo. Dalla fine del 2006, quando la quotazione toccava 1,33$, il prezzo è aumentato del 55%. La "block cheddar cheese" è il parametro di riferimento per il prezzo dei formaggi negli USA: in pratica anche il prezzo della mozzarella usata per la preparazione della pizza risente dell'aumento. Per le grandi catene aumenti simili significano costi impazziti. Pizza Hut per esempio usa circa 136 tonnellate di formaggio l'anno è un aumento simile non può non riflettersi sui prezzi al consumatore: già adesso si comincia a giocare sul rapporto condimento extra/meno formaggio.
Due le cause principali dell'aumento dei prezzi. La prima vede nella Cina la solita colpevole: insieme con la Russia infatti guida una crescente domanda di prodotti caesari e le "mucche" ne approfittano. La seconda è l'aumento del prezzo dei cereali che servono a far mangiare le mucche che producono il latte che serve per il formaggio (sembra un po' la storia di "per fare un albero ci vuole un fiore ...", ma funziona davvero così): beh, credeteci o no, il mercato dei cereali per uso commestibile umano e animale sta schizzando verso l'alto perchè sono sempre maggiori le superfici di terreno agricolo dedicate alla coltura di canna da zucchero per la produzione di etanolo. Servono circa 35 chili di cereale per produrre 10 litri di etanolo. Abbattiamo l'uso del petrolio, cancelliamo il carbone dalle nostre vite: intanto, mangiamo meno pizza.

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martedì 24 aprile 2007

Tigri e dragoni


Sul sempre ricco e ricco di spunti sito della BBC, ascoltavo una trasmissione delle serie "Global Business". Si parla del Vietnam e del modo in cui un paese povero e disastrato si sia risollevato e trasformato fino a diventare, con potenziale sempre maggiore, un protagonista assoluto della scena economica mondiale, con crescite tra il 16 e il 18% l'anno. Ricetta apparentemente semplice, che farebbe inorgoglire Beppe Grillo: 1) alta produttività del settore agricolo (export pesante di riso e caffè) e considerazione delle campagne come un valore, in controtendenza rispetto alla Cina, dove tutti scappano verso le città; 2) età media bassa, quindi forza lavoro istruita e capace; 3) tecnologia, banda larga e wireless sono sempre più diffusi; 4) alta qualità media del prodotto finito.
Secondo gli esperti di finanziamenti interpellati dalla BBC ciò che ancora manca è un efficiente mercato finanziario, ma il paese si sta attrezzando anche per questo.

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