domenica 6 maggio 2007

Storie di ordinaria petrolizzazione


Il governo giapponese ha chiuso un affare da un miliardo di dollari per partite di petrolio da Abu Dhabi. Le caratteristiche dell'accordo sono particolarmente innovative: il petrolio arabo è stoccato e immagazzinato in Giappone e quest'ultimo ne potrà usufruire in via preferenziale in caso di emergenze. In cambio, il Giappone finanzierà l'Abu Dhabi National Oil Company (ADNOC) a tassi estremamente vantaggiosi per la realizzazione di infrastrutture. L'accordo è annunciato a margine di un viaggio del primo ministro giapponese Shinzo Abe, che si è portato dietro la bellezza di 180 uomini d'affari.
Allo stesso tempo, l'Arabia Saudita non vuole perdere l'opportunità di vendere montagne di petrolio all'intero coacervo di draghi, dragoni ed elefanti asiatici. In realtà, problemi non ce ne sono: si tratta soltanto di assicurare tutti sulla disponibilità del prodotto. E' quello che ha fatto il ministro del Petrolio saudita nell'ambito di una tavola rotonda asiatica sull'energia che si è tenuta a Riyadh. In quest'ottica, l'India, assetata quanto la Cina di prezioso combustibile, dovrebbe dormire sonni tranquilli, anche se notizie che riporto in altri post lascerebbero credere il contrario.
[la vignetta viene dal sito http://www.mrdowling.com]

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mercoledì 2 maggio 2007

Caro vecchio petrolio, per sporchino che tu sia ...

I norvegesi hanno avuto molti regali dalla natura e dalla storia: sono pochi in un territorio piuttosto esteso, anche se non sempre ospitale, passano per tranquilli amanti della madre terra e sono indecorosamente ricchi di petrolio (terzi esportatori al mondo, dopo Arabia Saudita e Russia). Nel settore degli investimenti si ergono a giudici di moralità, destinando somme vicine ai 300 miliardi di dollari (soltanto negli ultimi dieci anni) a un fondo che accumula azioni e obbligazioni di società che ritengono "etiche": si tratta del Fondo Pensioni Governativo, un colosso capace di spostare sensibilmente i corsi azionari delle società coinvolte. Questo è tanto vero da suscitare anche reazioni forti dalle diplomazie USA che vedono numerose proprie società messe all'indice.

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